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ETICA E SOCIETA’


Articolo pubblicato sul quotidiano “Italia Sera”

del 22 marzo 2005


Il sistema sanitario sempre

più “invasivo” soffoca libertà

e diritti dell’individuo


Fra le voci qualificate del dissenso la giornalista Claudia Benatti che rivendica nel suo libro “Sanità obbligata”

il diritto all’autodeterminazione. Una scelta terapeutica consapevole è sostenuta anche dalla dott.ssa Rossana

Cecchi, medico legale all’Università La Sapienza di Roma

e membro dell’associazione nazionale “Libera Uscita”.



Quello di Claudia Benatti - scrive Padre Alex Zanotelli nella prefazione del libro “Sanità obbligata” (Macro Edizioni) - è un grido forte contro la manipolazione che sta trasformando questo tipo di società, soprattutto da parte dei poteri forti, delle case farmaceutiche, della casta medica che, volente o nolente, insieme alle grandi multinazionali è parte integrante di quello che sta avvenendo. Questo libro mi ha ricordato un best-seller che mi ha fatto molta impressione. Lo avevo letto negli anni ’70 quando era appena uscito. Allora era un libro che “tirava”, che andava di moda, oggi non se ne parla quasi più: è “Nemesi medica” di Ivan Illich, uno dei più notevoli pensatori di quegli anni e prete cattolico che conosceva molto bene i problemi del Sud del mondo. Illich aveva sferrato un attacco durissimo a tutto quello che era la medicina occidentale ed a quello a cui ci avrebbe portato. La realtà, pensate, oggi è ancora peggiore di quanto Illich avesse potuto prevedere. Ecco perché - ribadisce Padre Alex Zanotelli – ritengo importante questo grido di ribellione contro un mondo che ci viene imposto, dove non si è più liberi. Un mondo dove tutto è retto dall’impero del denaro, dove l’unico motivo di tutto è semplicemente il profitto: per il denaro vendiamo tutto e ci vendiamo tutti. Penso che gli àmbiti dove tutto ciò si manifesta di più siano proprio quello medico, quello farmaceutico, quello psichiatrico. Siamo giunti ormai alla dittatura delle multinazionali farmaceutiche (potentissime) che hanno legami strettissimi con il mondo dei dottori e dei legislatori. Incredibile quanto queste multinazionali spendano per assicurarsi la simpatia dei medici e degli psichiatri affinché prescrivano i loro prodotti”. (Alex Zanotelli, missionario comboniano, da anni porta avanti una battaglia contro l’azione delle multinazionali che ha causato effetti devastanti soprattutto nelle aree sottosviluppate del pianeta, n.d.r.).

Uno dei terreni su cui si gioca la posta più alta - sostiene Claudia Benatti nel primo capitolo del suo libro “Sanità obbligata” - è quello della sanità e della salute: costrizioni, condizionamenti, limitazioni dell’autonomia e delle scelte, tutto diventa qui più bruciante e più evidente perché si tratta della vita di ciascuno di noi o dei nostri figli. La classe medica, con il proprio codice deontologico, ha visto sancire un dovere: quello di prestare cure e soccorso alla persona che li richieda o ne abbia bisogno. Ebbene esiste il grosso rischio che questo dovere si trasformi sempre più in un diritto assoluto di intervenire sempre e comunque, nel diritto incontrastato di decidere per ed al posto del paziente. Gli sforzi per superare l’autoritarismo ed il paternalismo medico non sempre danno risultati. Basti osservare come è stato ridotto il “consenso informato”, nato per garantire a chiunque si sottoponesse ad una terapia o ad una cura le dovute informazioni sui rischi, sui benefici e sulle possibili alternative. Questo strumento non solo non ha raggiunto l’obiettivo prefissato, ma capita anche che chi indossa un camice bianco lo ritenga una fastidiosa formalità. Chi può smentire che il malato continui a rimanere l’anello debole di una catena che viene brandita dai vertici che hanno potere decisionale?

Un colpo alla libertà di scelta in materia di interventi medici – denuncia Claudia Benatti - lo ha inferto il documento pubblicato dal Comitato Nazionale di Bioetica il 18 dicembre 2003 in merito al cosiddetto “testamento biologico”, ossia le dichiarazioni con cui una persona, dotata di piena capacità, esprime la sua volontà circa i trattamenti ai quali non intenderebbe essere sottoposta nel caso in cui, nel decorso di una malattia o a causa di traumi improvvisi, non fosse più in grado di pronunciare il proprio consenso o dissenso informato. Il documento del Cnb nelle premesse appare rassicurante: “La più ampia partecipazione del cittadino nelle decisioni che lo riguardano si applica a tutto l’arco del processo di cura ed è particolarmente richiesta quando il soggetto potrebbe essere privato delle facoltà cognitive e della stessa coscienza, trovandosi così a dipendere interamente dalle volontà di altri. Queste situazioni appaiono particolarmente drammatiche quando l’intervento potrebbe mettere in discussione la vita o la qualità della vita. Le dichiarazioni anticipate di trattamento tendono a favorire una socializzazione dei momenti più drammatici dell’esistenza e ad evitare che l’eventuale incapacità del malato possa indurre i medici a considerarlo, magari inconsapevolmente o contro le loro migliori intenzioni, non più come una persona, ma soltanto come un corpo da sottoporre ad anonimo trattamento”. Ma, dopo le premesse, arrivano le obiezioni, le limature, i contorsionismi ed ecco che nel documento appaiono altri passaggi: “Le indicazioni fornite dal paziente, anche quando espresse in forma generale o standardizzata, non possono mai essere applicate burocraticamente ed ottusamente, ma chiedono sempre di essere calate nella realtà specifica del singolo paziente e della sua effettiva situazione clinica. Se tale decisione dovesse consistere in una fredda e formale adesione integrale alla lettera di quanto espresso nelle dichiarazioni, si verrebbe a determinare un automatismo che, anche in quanto non dialogico, finirebbe per indebolire, se non vanificare, il valore non solo etico, ma anche medico-terapeutico della prassi medica e per potenziarne il carattere burocratico”.

Emerge quindi come lasciar decidere il paziente in merito alla sospensione o non attivazione di pratiche terapeutiche ed esigere che il medico rispetti le sue volontà divenga addirittura eccessivamente burocratico. Sapete perché secondo il Cnb? Perché, si legge nel documento, “il medico non avrebbe mai la certezza che le dichiarazioni pregiudizialmente espresse in determinate circostanze e condizioni personali corrispondano alle volontà che il paziente manifesterebbe qualora fosse capace di intendere e volere nel momento in cui si rendesse necessaria la prestazione terapeutica”. E’ evidente – commenta Claudia Benatti - che non se ne esce. Addirittura il Cnb si lancia in virtuosismi filosofici di cui non si riesce a seguire il filo. Il Cnb ha caldamente raccomandato al Parlamento di fare proprio il documento, sollecitando l’approvazione di una legge che ricalchi le posizioni espresse. Così, con la forza della legge, si rischierà di essere inchiodati alle volontà del medico, anziché alle proprie.

A sostenere a spada tratta la necessità di rendere vincolanti le dichiarazioni anticipate di trattamento è invece il prof. Valerio Pocar, docente di sociologia del diritto all’Università Milano Bicocca e Presidente della Consulta di Bioetica. Il prof. Pocar è fermamente convinto di un riconoscimento più ampio delle libertà di scelta sulla vita e sulla salute, superando i pregiudizi ed i tentativi di condizionamenti sempre più stretti: “Fare del bene al prossimo significa rispettarlo nella sua personalità, volontà, autodeterminazione che lo contraddistinguono come individuo. Negare questo è il peggior danno che si possa fare all’altro. Da questo punto di vista il potere che il medico si arroga non si concilia con la convenzione sui diritti umani siglata ad Oviedo”.

Più prudente, ma altrettanto decisa, è la posizione della dott.ssa Rossana Cecchi, medico legale all’Università La Sapienza di Roma e membro dell’associazione nazionale “Libera Uscita”, che ha fortemente sostenuto la volontà espressa nel 1992 dalla Consulta di Bioetica (il Comitato Nazionale di Bioetica è un altro organismo, n.d.r.) di proporre la cosiddetta “Biocard”, una carta di autodeterminazione. “Nella fase terminale di una malattia - spiega la dr.ssa Rossana Cecchi – sempre più frequentemente un medico deve confrontarsi con una condizione di incoscienza, per cui si palesa l’impossibilità del paziente di prendere le decisioni diagnostiche e terapeutiche che lo riguardano. In questi casi è importante essere a conoscenza in modo diretto delle sue preferenze o delle volontà precedentemente espresse. L’attribuzione del potere decisionale ai familiari, nonostante sia una pratica molto comune, è tuttavia problematica perché non riconosciuta a livello normativo, poco accettata anche dal codice di deontologia medica ed anche perché spesso il parere della famiglia non coincide con le volontà del paziente. E’ proprio per superare la mancanza di scelta da parte del paziente malato che è stato pensato un documento come quello del “living will”. Questo termine – puntualizza la dott.ssa Cecchi – è stato creato nel 1967 da Luis Kutner per indicare una forma di rifiuto di alcuni trattamenti terapeutici e da quel momento in poi è stata avviata un’intensa campagna di diffusione di queste direttive anticipate. Ma è chiaro che queste direttive assumono piena valenza solo se fanno in modo che l’azione del medico sia realmente aderente alle volontà del paziente, sempre naturalmente nell’ambito degli interventi leciti ed ammessi dalla legge”. Concludiamo con un riferimento al “Giuramento” di Ippocrate (il primo testo deontologico nella storia della medicina) che codificava i doveri del medico fra cui quello prioritario del rispetto verso la dignità del paziente.

Il libro “Sanità obbligata” (Macro Edizioni) di Claudia Benatti si articola in quattro capitoli: 1) La salute come scelta: ostacoli, condizionamenti e tentativi di coercizione. Il “testamento biologico” e la legge sull’amministratore di sostegno. 2) Il “malato di mente” ha bisogno della psichiatria? O è la psichiatria ad avere bisogno del “malato di mente”? La legge Basaglia ed i suoi critici, le proposte di riforma, gli allarmi(smi?) della psicopatologia, gli psicofarmaci ai bambini. 3) L’obbligo per le vaccinazioni di massa: un modello di “salute” divenuto universale ed imposto con la forza della legge. Presupposti e giustificazioni della coercizione. L’obbligo morale di immunizzare i figli. Le leggi eugeniche. 4) Il tribunale dei minorenni. Gli interventi sulla potestà genitoriale. I figli tolti alle famiglie naturali. Ciò che potrebbe cambiare. Claudia Benatti, autrice di “Sanità obbligata”, è giornalista professionista e lavora alla redazione del quotidiano “Gazzetta di Modena”. E’ Presidente dell’associazione per una scelta terapeutica consapevole “Vaccinetwork” (www.vaccinetwork.org). Ha scritto anche il libro “Virus letali e terrorismo mediatico” edito da Macro Edizioni. Per informazioni (e-mail: claudiabenatti@libero.it).

Sabrina Parsi

 



















ETICA E SOCIETA’


Articolo pubblicato sul quotidiano “Italia Sera”

del 5 aprile 2005




L’accanimento mediatico e terapeutico

è il sintomo di una patologia sociale


E’ giusto che la sfera pubblica, i media, si inseriscano prepotentemente nella vita delle persone violando il diritto alla privacy? E’ giusto che i medici impongano terapie senza rispettare la libertà di scelta? Perché la morte non viene percepita come un evento naturale?



L’accanimento mediatico e terapeutico – temi di cui siamo sempre più spettatori – rischia di diventare un fenomeno culturale. Le ultime vicende relative al caso Terry Schiavo e la campagna denigratoria nei confronti delle terapie naturali inducono ad un’attenta e più approfondita riflessione. Ci sono segnali sempre più evidenti di una società allo sbando, che non ha più punti di riferimento, caratterizzata da conflitti soprattutto di natura interiore. La conferma viene dal dramma di Terry Schiavo. Si è ricorso ad un procedimento legislativo per definire se è giusto prolungare una vita ridotta allo stato vegetativo: una decisione di natura etico-spirituale delegata ad una diatriba burocratico-procedurale.

Appare evidente come la nostra sia una società inconsapevole, dove ognuno ha perso la percezione di sé, la capacità di vivere coerentemente rispettando la propria natura, quella dell’universo cui appartiene e l’innato istinto etico-sociale: per questo è costretta a ricorrere alle istituzioni giuridiche per codificare i propri diritti. Ma il diritto - prima di svilupparsi ed istituzionalizzarsi all’interno della realtà sociale - ha origine istintivamente tra gli uomini come patto: serve a preservare la natura dell’uomo ed i suoi bisogni naturali. Infatti, anticamente, il diritto viene percepito come fatto naturale, poi successivamente viene elaborato come convenzione al fine di garantire la collettività per mezzo di leggi giuste ed utili, in sintonia con il processo evolutivo naturale: quando le situazioni cambiano è utile che cambino anche le leggi.

Tra i filosofi dell’antica Grecia spicca la figura di Epicuro (341-271): fautore di una morale che si concretizza in una regola individuale, negando allo stato ogni funzione educativa ma assegnandogli il semplice compito del mantenimento della pacifica convivenza tra gli uomini. Dedicò al diritto 10 massime (ne ha scritte in tutto 30) dove evidenzia l’importanza dei rapporti tra gli uomini e nei confronti della comunità: indispensabili per l’evoluzione della società stessa. Gli stessi principi andrebbero applicati nel campo della terapeutica. Se un’alta percentuale di persone ricorre alle terapie naturali al posto di quelle convenzionali è evidente che si sia sviluppata una nuova consapevolezza. Pertanto è senz’altro utile alla collettività aggiornare le normative che regolamentano il sistema sanitario al fine di soddisfare le nuove tendenze etico-salutiste-spirituali che caratterizzano la società contemporanea.

La spettacolarizzazione mediatica della sofferenza e della morte è il segnale preoccupante di una società affetta da un’insensibilità patologica, alimentata da un intereresse strettamente speculativo e competitivo. Recentemente abbiamo avuto numerosi esempi. Ma è proprio attraverso questi temi che intendiamo puntare una lente d’ingrandimento sulla manipolazione subliminale che sta trasformando radicalmente la natura della società. Oggi la cosiddetta “normalità sociale” – ci riferiamo ad un fenomeno ampiamente dimostrato – consiste in una forma di “psicopatologia della normalità”. Ci sono infatti alcune forme degenerative quali fobie, indifferenza verso tutto e tutti, cecità nei confronti di manipolazioni della realtà, comportamenti di immaturità generalizzata (tendenze e costumi irrazionali di intere masse sociali) a cui ci siamo ormai abituati. Siamo continuamente bombardati da messaggi che alterano la nostra capacità percettiva e conseguentemente sfuggono ad un’analisi critica imponendosi come “normalità” nella maggior parte delle persone: il “mentalmente sano” è colui che accusa lo stesso “sintomo” della collettività.

A tale proposito citiamo Erich Fromm - uno dei più grandi umanisti, sociologi e psicologi del secolo appena trascorso - che, in “Psicanalisi della società contemporanea” (The Sane Society), si esprime in questi termini: ”La convalida consensuale in sé non ha nulla a che vedere con la salute mentale. Come c’è una “folie à deux”, così c’è una “folie à millions”. Il fatto che milioni di persone condividano gli stessi errori non fa di questi errori una verità, ed il fatto che milioni di persone condividano la stessa forma di malattia mentale (patologia psichica), non fa che questa gente sia sana”.

Fra le tante “patologie” c’è anche la paura della morte. Il prof. Vittorio Marchi, docente di fisica e ricercatore presso l’Università di Roma “La Sapienza” - nel suo libro “Hostis: la morte, il nemico inesistente” - definisce la paura della morte come l’ultimo tabù della nostra società: ”E’ una delle sindromi più comunemente estese in seno alla nostra umanità. Una calamità psichica – sostiene nel suo libro il prof. Marchi - che si concretizza in un condizionamento da cui l’uomo può essere liberato. Proviamo allora a fare un salto indietro nel tempo e ci accorgeremo che, a partire dalla prima metà del 1600, le basi scientifiche della conoscenza umana sono state vissute universalmente come solide e, agli occhi degli scienziati e dei loro teorici, considerate anche molto convincenti. Oggi, a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, la fiducia nella conoscenza della struttura della materia, ed in particolare del corpo umano, ha cominciato a vacillare”. Karl Pribram (neurofisiologo della Standford University e David Bohm (fisico quantistico della Univesity of London) hanno asserito in proposito: ”Si pensava che la materia, concepita per millenni come una massa grezza o bruta, fosse uno spaventoso, oceanico, agglomerato di sostanze inerti ed inanimate, ed invece scopriamo che l’universo è tutto pensiero e che la realtà esiste solo in ciò che pensiamo”.

Grazie al coraggio ed allo spirito di abnegazione di alcuni studiosi si è cominciato a prendere in considerazione un più ampio orizzonte concettuale della struttura psicosomatica dell’uomo: una complessa combinazione di energie bio-fisio-psico-spirituali. Ultimamente, infatti, un punto di partenza molto interessante dell’indagine scientifica sui decessi è stato quello di sospettare che il passaggio conosciuto come morte sarebbe l’esito di continue interazioni del complesso corpo-mente-spirito. Recentemente si è espresso in questi termini anche Kostantin Korotkov (docente di fisica all’Università Statale di S. Pietroburgo) al fine di sdrammatizzare l’idea che si ha del fenomeno morte. Ha fondato il movimento “Scienza, informazione e coscienza” a S. Pietroburgo. Il suo obiettivo è quello di parlare dell’evento “morte” passando attraverso la reinterpretazione della realtà. Da un’esperienza tragico-negativa a quella positiva-costruttiva della funzione del fenomeno. Purtroppo in Italia non se ne conosce nemmeno l’esistenza. I Veda, 4000 anni fa, hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppare questa benefica trasformazione. Peccato che l’occidente se ne sia disinteressato per tutto questo tempo. Avrebbe già da tempo potuto riparare un tragico errore di fondo e trasformarlo in una positiva opportunità evolutiva. Promuovere anche in occidente una conoscenza più approfondita e più serena della vita e della morte significherebbe sanare il più clamoroso equivoco della storia umana. Occorre avviare un’autentica cultura che sappia comprendere, rispettare la vita e la morte come parti integranti di una stessa realtà”.

Sabrina Parsi


 




ANCHE  IN  OCCIDENTE….. ESSERE  GIOVANINON  E’  UN  PRIVILEGIO  Una società di consumi piena di contraddizioni  come la nostra -  i cui valori per definire le etiche esistenziali sono in continuo mutamento – fa dei  giovani  una specie a parte: li lusinga, li incensa, li alleva in modo passivo  per poi condannarli.Ai  giovani    vittime di un mondo adulto in piena crisi “adolescenziale” – non viene richiesto nulla per ottenere privilegi. Mantenuti costantemente in una condizione larvale vengono predisposti verso ogni forma di dipendenza. Una coscienza di impotenza è  il risultato di tale processo: condizione con cui i giovani si  preparano  ad affrontare le sfide che la vita pone loro davanti.  I giovani -  alienati dal loro potere interiore (la sensazione, la creatività, l’intuizione, la volontà) e costretti a confrontarsi con una “logica” fondata  sulla competizione e sull’aggressività – vengono paradossalmente  responsabilizzati per il futuro del pianeta e dell’umanità.  Una società come la nostra -  che non sa più cogliere  la magia e la poesia dell’esistenza, dell’affettività, della spontaneità  -  è il laboratorio in cui si forgia l’umano. Allora mi rivolgo a quella società perbenista che proietta sui giovani la sua condizione inconscia di fallimento screditandoli e condannandoli ogni giorno per i loro comportamenti errati (alcol, droga, bullismo ed altre manifestazioni di disagio). “Qual’è la loro colpa se non quella di essere figli di una società tecnocratica in cui i valori più nobili dell’umanesimo sono stati rimossi?”  Ripiegarsi su sè stessi -  per l’impossibilità di adattarsi a questa società (per alcuni)  o  creare  una realtà parallela a quella esistente in cui preservare i  valori universali che favoriscano la crescita individuale (per altri) -  non è forse l’unica soluzione possibile? Cos’altro si potrebbe fare per difendersi da una società inconsapevole che soffoca ogni impulso creativo (facoltà divina insita in ognuno di noi) imponendo ogni giorno parametri di “normalità” che ci livellano al denominatore comune più basso?  I giovani rappresentano l’impulso vitale della società.  Tuttavia (come è già avvenuto in epoche  passate) una società “conservatrice” -  rassegnata perché  invecchiata nell’anima, sorda ai segnali di una nuova consapevolezza più in sintonia con il cambiamento epocale -  ostacola la  canalizzazione di energie nuove in grado di arrestare il processo degenerativo di una “statica sociale”. La nostra è la società della paura, della stanchezza, dei conflitti, della nevrosi in quanto ci concentriamo sulle zone d’ombra di questa umanità.  Per migliorare la qualità della vita, cominciando proprio dai giovani, occorre un’inversione di tendenza:  porre attenzione al luminoso, al potenziale energetico che c’è in ognuno di loro (creatività, passione, coraggio). E’ dunque compito della società “adulta” guidarli consapevolmente verso un futuro non più incerto (perchè realizzato da intenti comuni)  e - per effetto di risonanza (legge naturale non integrata dalla scienza meccanicistica) - l’intero pianeta  cambierà.  Un mondo migliore è possibile se miglioriamo la qualità della vita.

                                                                                                                                                          

Sabrina Parsi                   

 

 

UNA RIFLESSIONE “COSTRUTTIVA” SULL’ATTUALE SISTEMA ELETTORALE



Libertà politica ed individuale per una società civile, dinamica e felice: recuperiamo

il modello di democrazia ateniese.



Uno stato che rimpicciolisce i suoi uomini perché possano essere strumenti più docili nelle sue mani, anche a fini benefici, scoprirà che con dei piccoli uomini non si possono compiere cose veramente grandi; e che la perfezione meccanica cui ha tutto sacrificato alla fine non gli servirà a nulla, perché mancherà la forza vitale che, per fare funzionare meglio la macchina, ha preferito bandire”. (p. 153)

Milano, dicembre 1980 – Prefazione di Giulio Girello e Marco Mondadori nel “Saggio sulla Libertà” di John Stuart Mill.


L’argomento di questo saggio non è la cosiddetta “libertà della volontà”, ma la libertà civile o sociale: la natura e i limiti del potere che la società può legittimamente esercitare sull’individuo.

Questione raramente enunciata, e quasi mai discussa in termini generali, ma la cui presenza latente influisce profondamente sulle polemiche quotidiane del nostro tempo, e che probabilmente si paleserà ben presto come il problema fondamentale del futuro”… John Stuart Mill



Negli stati territoriali moderni il grande interesse verso il sistema elettorale scaturisce dall’impossibilità di riunirsi direttamente in assemblea. La democrazia moderna - a differenza di quella ateniese - non può che essere basata sulla rappresentanza: è attraverso le modalità di elezione dei rappresentanti che si misura il grado di democraticità. La democrazia rappresentativa si regge su princìpi di eguaglianza politica e di libertà individuale che si esprimono attraverso il sistema proporzionale e non quello maggioritario. La pubblica opinione deve avere voce e visibilità attraverso giornali, riviste, assemblee ed essere rappresentata in parlamento da un deputato che esprima correttamente le idee di coloro che rappresenta. Senza un’opinione pubblica libera e pluralista non c’è garanzia di controllo dei rappresentanti: non c’è libertà politica. John Stuart Mill - pensatore molto ammirato soprattutto per la sua integrità morale ed intellettuale - esercitò una forte influenza sulla politica e sui movimenti sociali dell’ottocento e del novecento. Tra gli interpreti contemporanei più autorevoli Nadia Urbinati (docente alla Columbia University di New York) autrice del saggio “L’ethos della democrazia. Mill e la libertà degli antichi e dei moderni”.

Mill affrontò tutti gli aspetti relativi al suo problema centrale: definire il sistema politico e sociale migliore per le società moderne in grado di garantire contestualmente la libertà civile ed individuale. Mill fece riferimento al pensiero classico e, soprattutto, alla democrazia ateniese con insistente attenzione sull’importanza e sulle modalità di: a) assicurare l’estensione del corpo politico; b) garantire ai cittadini l’obbedienza a leggi giuste e discusse da loro stessi.
La forma dell’ubbidienza politica - fondamentale per Mill - trovò la sua chiarificazione nel corso del dibattito storico-politico che contrapponeva il modello ateniese a quello spartano (quest’ultimo un modello di stabilità statica che non aveva conflitti ma che non aveva prodotto né grandezza, né libertà). La stabilità politica (fino all’illuminismo) viene quindi collegata all’assenza del dissenso pubblico. Le rivoluzioni americana e francese portano un elemento di forte novità che cambia lo scenario politico: l’introduzione della rappresentanza. E’ in questa fase che il discorso in assemblea diventa fondamentale in quanto – non potendo essere presenti direttamente come singoli cittadini – viene meno la facoltà di ascoltare e di intervenire: ecco come nasce l’esigenza di essere rappresentati. Con la rappresentanza il discorso pubblico assume un ruolo decisivo: un governo libero non si esprime più solamente con la votazione ma attraverso libertà di discussione e pubblico giudizio. Una volta introdotta la rappresentanza, il modello spartano (oligarchico, ordinato e statico) non funziona più. Mill – studioso del mondo classico – approfondì le basi concettuali ed il sistema di funzionamento della democrazia ateniese: Atene – modello di repubblica democratica – divenne il riferimento politico dei moderni. Il primo obiettivo di Mill fu quello di sconfessare la concezione negativa che la tradizione millenaria aveva nei confronti della democrazia: ovvero come la peggior forma di governo. Questa convinzione aveva preso corpo a causa delle due funzioni congiunte (legislativa ed amministrativa) vigenti nella democrazia: ritenuta quindi incapace di auto-limitazione e – conseguentemente – facile preda della demagogia di alcuni o della tirannia di molti. Mill, invece, dimostrò che la democrazia ateniese era una democrazia che si autoregolava (democrazia costituzionale). A differenza della repubblica spartana, la repubblica democratica ateniese era basata sul discorso pubblico (libertà individuale) e sul voto dopo la deliberazione pubblica: un modello di democrazia che esalta le individualità e consente il riconoscimento e la selezione dei migliori attraverso le elezioni. Questo sistema è presente ancora oggi – nella democrazia moderna – purtroppo solo a livello teorico.

Sabrina Parsi

 

 

 

Articolo pubblicato sul quotidiano “Italia Sera”

del 6 maggio 2003


RELIGIONE OLISTICA

E SPIRITUALITA’ INDIVIDUALE


Nel primo “speciale” abbiamo evidenziato come il movimento new age sia orientato verso il superamento del dogmatismo religioso: riconosce l’appartenenza ad una coscienza cosmica (Dio) ed è aperto a tutte le realtà religiose cercando le verità più profonde attraverso le varie tradizioni. Il riconoscimento di un unico padre per tutti i figli ed il diritto a percorrere il sentiero spirituale più in sintonia con le proprie radici culturali, nonché personali, allontana il pericolo dei conflitti tra le varie religioni.

Le religioni sono da sempre in competizione per stabilire quale debba essere l’unica fede. Il compito della religione è quello di elevare le masse. Infatti è stata istituzionalizzata per poter giovare a quante più persone possibili. La spiritualità, invece, è un’aspirazione cosciente che richiede un coinvolgimento ed un serio impegno individuale. Esseri illuminati hanno contribuito, attraverso l’insegnamento spirituale, ad elevare i livelli di consapevolezza dell’uomo.

Fra questi ha svolto un ruolo importante Paramhansa Yogananda, il primo grande maestro indiano che trascorse la maggior parte della sua vita in Occidente.
Il suo amore, la sua profondità e l’universalità dei suoi insegnamenti hanno
ispirato milioni di persone. È diventato famoso attraverso l’Autobiografia
di uno Yogi, pubblicata per la prima volta nel 1946.
Nel 1920 Yogananda lasciò l’India con la missione di rivelare le antiche
tecniche e gli insegnamenti della Realizzazione del Sé; visse e insegnò in
America per trentadue anni.

I suoi sforzi hanno svolto un ruolo chiave nel rendere lo yoga e la meditazione ampiamente accettati e praticati in
Occidente. Yogananda ha dato risalto ai principi eterni alla base di ogni religione. Il suo scopo era di aiutare i ricercatori sinceri della Verità,indipendentemente dal loro credo, a ottenere l’esperienza interiore e diretta di Dio. L’essenza intima di ogni religione è la stessa: la via all’unione con l’Infinito, conosciuta come «Realizzazione del Sé».

Yogananda l’ha definita come: «Il comprendere con tutte le parti del corpo, della mente e dell’anima, che sei già in possesso del regno di Dio; che non devi più pregare che venga a te; che l’onnipresenza di Dio è la tua onnipresenza; e che ciò che devi fare è migliorare la tua conoscenza».Per aiutarci a «migliorare la nostra conoscenza» di questo Sé più alto, Yogananda ha insegnato pratiche spirituali che sono facilmente accessibili ai ricercatori occidentali.

Persone di ogni età, religione e livello culturale possono utilizzare queste tecniche estremamente pratiche e basate su principi scientifici, ugualmente permeate di devozione e saggezza. Esse ci consentono di creare un equilibrio armonioso tra l’aspetto fisico, mentale, emozionale e spirituale della nostra natura e di infondere questo equilibrio in tutte le attività della nostra vita.
«La Realizzazione del Sé è il messaggio eterno della religione. Qualunque
siano il tuo credo e le tue pratiche, lo scopo essenziale della religione è
di aiutarti a realizzare il tuo più alto potenziale, come figlio di Dio...
La tua religione non è il vestito che indossi esteriormente, ma l’abito di
Luce che intessi intorno al tuo cuore». – Paramhansa Yogananda, L’essenza
dell’autorealizzazione

Sabrina Parsi

 

 

Articolo pubblicato sul quotidiano “Italia Sera”

del 20 maggio 2003



 

ARMONIZZARE IL PENSIERO PER ELEVARE LA COSCIENZA

L’uomo, da sempre, ha visto e percepito la realtà come se avvenisse fuori di sé e non arriva nemmeno ad immaginare che invece ne fa parte in modo assoluto. Infatti ciò che vediamo o percepiamo avviene attraverso noi stessi, cioè attraverso la sensazione. Anche la separazione che noi stabiliamo in ogni istante della nostra vita (noi e gli altri, noi e le cose, noi e il mondo) è assurda ed illusoria dal momento in cui ci accorgiamo che il mondo fisico non esiste se non attraverso il nostro sistema nervoso ed il cervello. Il primo, in realtà, invia segnali elettrici al secondo, non immagini e suoni.

Pertanto noi non conosciamo la realtà del mondo ma l’interpretazione che ne dà il nostro cervello grazie al modo in cui capta e traduce. Infatti, poiché ogni cervello possiede un suo livello di verità, conseguentemente ogni essere umano costruisce la sua angoscia, la sua felicità, la sua paura, le sue sensazioni attraverso il sistema nervoso. Potremmo quindi affermare che la realtà non esiste se non attraverso la mente da cui scaturiscono stati d’animo ed emotività.

La visione scientifica di una realtà essenzialmente razionale sta gradualmente modificandosi da quando la psicologia ha cominciato a riconoscere l’influenza del sentimento nel pensiero. Quando le emozioni prevaricano la concentrazione quel che viene effettivamente annientato è la capacità mentale. Pertanto, come forma di prevenzione, è opportuno che la medicina olistica sia in grado di aiutare gli individui a gestire meglio i sentimenti negativi, la collera, l’ansia, la depressione ed il pessimismo.

Infatti i dati dimostrano che la tossicità di queste emozioni, quando sono croniche, è pari a quella del fumo delle sigarette. Recenti ricerche condotte in Inghilterra ed in Giappone, rispettivamente dalle Università di Zarzick e di Tokyo, hanno individuato l’influenza che gli odori hanno sulla mente. I nervi del naso sono collegati a quella parte del cervello interessata alla memoria ed alle emozioni. Infatti a volte è sufficiente un odore per rievocare ricordi che si pensavano perduti.

Alcune reazioni agli odori sono già stabilite prima ancora della nascita. Il neonato riconosce tredici odori della pelle della madre. Allo stesso modo anche l’attrazione sessuale è fortemente condizionata dall’odore. La qualità energetica di fiori, alberi, frutti ed erbe è stata usata come rimedio terapeutico per migliaia di anni. La forza vitale delle piante, catturata nel suo profumo, rappresenta un altro esempio di cura che agisce sui vari livelli energetici dell’uomo.

Anche nelle tradizioni religiose gli aromi hanno svolto un ruolo importante: la purificazione, le offerte e le rappresentazioni simboliche delle preghiere dei fedeli. In maniera specifica gli sciamani utilizzavano le essenze. Secondo le credenze metafisiche quando un’erba brucia rilascia la sua energia. Dal punto di vista sciamanico il fuoco libera lo spirito della pianta consentendogli la piena manifestazione. Ad esempio la salvia ed il cedro hanno un posto di grande importanza nei rituali di purificazione per pulire l’aria da ogni residuo di energia e nei rituali di guarigione.

Sabrina Parsi

 

 

 

Articolo pubblicato sul quotidiano “Italia Sera”

del 17 giugno 2003




LA PACE INTERIORE E’ LA VERA CONQUISTA DELL’UOMO

 

Il termine amore possiede una molteplicità di significati da renderlo ambiguo. Si usa la stessa parola per ciò che è sacro, per ciò che è profano o per ciò che è banalmente quotidiano (l’amore per Dio, l’amore per il gioco, l’amore per il lusso, l’amore per la patria, ecc.). L’amore umano è rarissimo in quanto l’uomo non è sufficientemente evoluto per sopportarne la grandezza e sopratutto ha ancora troppe paure di sé stesso e degli altri.

Spesso ironizziamo sulle persone che parlano di “amore universale” mentre in realtà l’amore è un’energia che esiste nell’universo sotto forma di onde e che il nostro cervello capta e traduce secondo il suo livello di coscienza. Pertanto l’uomo non può fabbricare amore, piuttosto deve predisporsi ad accogliere questa energia. Quanto più la personalità è disincrostata e purificata tanto più le onde d’amore possono entrarvi.

In realtà in ogni relazione umana si nasconde un bisogno inconscio di espansione del proprio io verso una sensazione di rispondenza con l’universo. Anche nella famiglia come nella società o nella politica il bisogno del potere risponde sempre all’esigenza di espansione. Queste dinamiche conducono all’odio che è la degenerazione dell’amore (due aspetti della stessa realtà): entrambi sempre presenti in ciascuno.

L’ostilità insorge verso qualcuno che non ci somiglia o che somiglia troppo ad una parte di noi che detestiamo. Spesso siamo in conflitto con “l’ombra personale” che rappresenta la parte di noi stessi che non vogliamo riconoscere e che rimoviamo perché (spesso a torto) viene giudicata negativa rispetto a criteri morali, sociali, religiosi e che - per la paura di essere respinti dalla società - riflettiamo sugli altri. Quindi potremmo dire che ogni individuo è l’ombra di un altro individuo come ogni popolo è l’ombra di un altro (genocidi, sadismi, crudeltà, razzismi, schiavitù sono il frutto di queste dinamiche).

E’ determinante, per la propria evoluzione, conoscere questi aspetti dell’essere umano e quindi comprendere cosa voglia dire essere amici o essere nemici. L’uomo deve diventare consapevole che la realtà esterna è il riflesso del suo io che proietta sulle cose e sulle persone.

Scoprire la propria ombra aumenta notevolmente la possibilità che l’ostilità verso gli altri scompaia. Anche le guerre che martirizzano questo mondo sono il riflesso della lotta che infuria in ogni uomo. Intere vite vengono distrutte da questa lotta interiore che rappresenta la guerra più grande dell’uomo. Dobbiamo saper conciliare i molteplici aspetti della nostra personalità, accettarli e comprenderli per poi connetterci con la parte più evoluta dell’essere umano che è la spiritualità.

La spiritualità è un’aspirazione cosciente, pertanto individuale. Richiede non solo un coinvolgimento personale ma anche un serio sforzo in quanto i suoi ideali rappresentano una sfida per l’integrità di chiunque aspiri alla verità. La spiritualità esige che ci si assuma la responsabilità personale della propria evoluzione.

Tutti in questo mondo sono sul sentiero spirituale ma pochi ne sono consapevoli. Il sentiero della spiritualità si esprime attraverso la vita e, per certi aspetti, è simile alla scienza poiché anch’esso cerca la verità piuttosto che limitarsi a dichiararla. Gli insegnamenti spirituali annunciano le scoperte di singoli ricercatori ma, come la scienza materiale, incoraggiano le persone a mettere alla prova ogni affermazione attraverso l’esperienza personale.

C’è comunque una differenza essenziale tra le scoperte della ricerca spirituale e quelle della scienza: come la ricerca scientifica anche la ricerca spirituale è continua, ma le sue scoperte – una volta fatte – sono universali ed immutabili.

Solo in questo modo ritroveremo la pace che è in noi per poi rifletterla al mondo esterno. Inoltre l’uomo non deve perdere mai di vista il principio più importante alla base di qualunque progetto umano: le persone sono più importanti delle cose. L’essere umano evoluto è ispirato da principi universali e persuade tutti coloro che lo avvicinano non imponendosi con la forza, bensì con il potere della sua stessa convinzione. Solo attraverso la concretizzazione di questi principi la pace cesserà di essere solo un concetto astratto (spesso strumentalizzato) e troverà terreno fertile per una sua realizzazione.

Sabrina Parsi

 

 

 


Articolo pubblicato sul quotidiano “Italia Sera”

del 22 luglio 2003



LA SALUTE OLISTICA

 


Un tempo la malattia era una concezione puramente sociale. Infatti l’individuo era considerato sano a seconda della sua efficienza, della sua utilità e del suo rendimento sul lavoro. Grazie alla divulgazione di alcune filosofie si è sviluppato un concetto nuovo di salute che tiene sempre più conto del modo di vivere, di nutrirsi e dell’interazione dell’essere umano con ciò che lo circonda (l’ambiente). In altre parole stare in salute significherebbe innanzi tutto: amare ciò che facciamo, fare ciò che amiamo, in luoghi che sentiamo, rispettando il nostro essere interiore.

Tutto ciò può sembrare un’utopia ma in realtà l’uomo può avvicinarsi ad essa in quanto ogni essere vivente non è mai statico ma è in continua evoluzione alla ricerca costante del proprio equilibrio (malattia e salute). Oggi l’aspetto spirituale dell’individuo comincia a riaffermare il proprio primato attraverso alcuni tipi di medicine che considerano, per esempio, il sintomo non la malattia da combattere ma la manifestazione, sul piano fisico, di una disarmonia scaturita da tutti i processi e mutamenti che avvengono nella coscienza umana.

Il corpo è il riflesso di ciò che siamo: corpi eretti e rigidi degli aggressivi, corpi compressi dei sottomessi, corpi curvi sotto il peso del mondo, corpi gioiosi o tristi, corpi attivi o passivi , ecc. Il corpo è ciò che permette di far parte dell’ambiente e di reagire ad esso. Vi sono anche corpi che apparentemente sono in buono stato e che reagiscono bene con l’ambiente mentre il realtà, guardandoli più da vicino, vediamo pugni stretti in fondo alle tasche, mascelle serrate, ventri sporgenti o troppo tesi, ecc. Quanti sono gli uomini tanti sono i corpi e gli spiriti.

Anche la nozione del terreno ha assunto oggi, attraverso queste nuove medicine, una grande importanza. Ognuno reagisce in modo diverso allo stesso medicamento secondo il proprio terreno personale, ma soprattutto secondo l’idea che ha della malattia. Non si può considerare una terapia senza tener conto dell’affettività della persona cui è praticata (fiducia, sfiducia, sottomissione, nervosismo, aggressività, ecc.). L’ affettività, l’inconscio, il mentale, fanno parte di uno stesso principio vitale. Esistono legami molto stretti fra lo stato del corpo e lo stato affettivo.

Possiamo quindi affermare che lo stato di salute si ha quando l’uomo si esprime nella sua totalità ed agisce in perfetto equilibrio con l’attività dell’ambiente, del mondo, dell’universo. A questi principi si ispira da millenni la medicina orientale in quanto afferma che l’universo è ritmo (Yin-Yang) ed il corpo dell’uomo è il riflesso e la manifestazione materializzata di questo ritmo. Infatti l’uomo, per la sua posizione verticale, è l’intermediario energetico fra il cielo (Yang) e la terra (Yin). Secondo le medicine orientali, ogni uomo ha in dotazione una certa quantità di forza vitale (Qi) che viene continuamente dissipata nel corso della vita ma altrettanto continuamente reintegrata dalla forza vitale presente nell’aria e negli alimenti. Nel corpo la forza vitale scorre lungo linee chiamate meridiani.

Per conservare la propria forza vitale e tenere insieme lo yin e lo yang, l’uomo deve seguire le leggi dell’universo e vivere in equilibrio fra queste due forze (praticando la respirazione corretta ed alimentandosi con cibi equilibrati). Le malattie sono un segno che questo equilibrio è stato alterato. La malattia di tipo yang è di origine esterna dovuta, per esempio, a cause climatiche, mentre quella di tipo yin è di origine interna dovuta, per esempio, a fattori emotivi. Un eccesso di yang provoca infiammazioni, spasmi e pressione alta. Un eccesso di yin causa invece dolori sordi, ritenzione di liquidi, diarrea e stanchezza.

Lo yin è il principio femminile associato alla terra, all’acqua, al freddo, al buio, alla tranquillità ed all’umidità e lo yang è il principio maschile associato al fuoco, al caldo, alla luce. In caso di malattia bisogna utilizzare queste due forze per ristabilire l’equilibrio attraverso l’alimentazione ed altre tecniche curative. Tale concezione, apparentemente così lontana dalla mentalità occidentale, è stata in qualche modo ripresa dalla fisica moderna che concepisce l’universo come un campo di energia in continuo divenire. Yin e Yang sono due forze complementari che si trasformano continuamente l’una nell’altra come due onde che si inseguono.

Non si possono dividere nè separare, così come è impossibile dividere o separare il flusso della vita (ognuno contiene il germe dell’altro). Si può stabilire che una cosa sia Yin o Yang in relazione a qualcosa (un oggetto è piccolo in rapporto ad un oggetto pi&ugra

 


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